Le polemiche innescate dai contenuti della trasmissione televisiva «Anno Zero» sulla guerra di Gaza possono aiutarci a riflettere su un aspetto cruciale di questo conflitto (come di altri che lo hanno preceduto): il ruolo dei mass media, delle televisioni in primo luogo, non come strumenti di informazione sulla guerra ma come armi della guerra e nella guerra. E' qualcosa che va al di là delle tradizionali forme di propaganda, più o meno pianificata, che hanno sempre accompagnato i conflitti e li accompagnano tuttora. La prima volta che si comprese appieno il nuovo (e imprevisto) ruolo attivo giocato dalle televisioni nei conflitti asimmetrici fu all'indomani della conclusione della guerra del Vietnam: si disse allora, con qualche esagerazione ma anche con qualche elemento di verità, che gli Stati Uniti avevano perso quella guerra non nelle risaie e nelle giungle dell'Indocina ma nelle case americane dove ogni sera il piccolo schermo faceva entrare le immagini delle devastazioni prodotte dai bombardamenti statunitensi.
Da allora, nessun governo o gruppo armato impegnato in una guerra ha più dimenticato che le immagini televisive e i commenti che le accompagnano sono parte integrante, non accessoria, dei conflitti, e dei conflitti asimmetrici soprattutto: è da essi che dipende lo spostamento, a favore di uno dei belligeranti, dell'orientamento delle opinioni pubbliche delle democrazie occidentali. E poiché nelle democrazie i governi devono tenere conto delle opinioni pubbliche, lo spostamento di queste ultime da una parte o dall'altra non è senza effetti internazionali: spinge o può spingere i governi delle democrazie ad esercitare pressioni diplomatiche a favore del belligerante che ha conquistato il sostegno dell'opinione pubblica.
mercoledì 21 gennaio 2009
Stress da crisi (salutare)
Il prolungamento dell'attesa è la tradizionale tecnica usata da noi italiani per non prendere di petto problemi ed eventi, nella speranza che tutto si risolva senza troppa fatica e troppi drammi. È la tecnica con cui da qualche mese siamo tentati di esorcizzare una crisi economica preannunciata come epocale, un uragano che avrebbe lasciato sul terreno morte e devastazione; e che oggi viene ridotta a una quasi ordinaria congiuntura negativa, fidando in interventi minimi e omeopatici (leggere, per credere, il relativo decreto anticrisi) ma ancor più fidando nella solidità di lungo periodo del modello di sviluppo che ha contraddistinto l'economia e la società italiane negli ultimi 50 anni.
Non sarà una vera svolta
Nel secolo scorso gli Stati Uniti hanno conosciuto due regimi di politica economica, uno a bassa e uno ad alta regolazione pubblica. E due svolte di regime: da bassa ad alta, dopo il trauma della grande depressione, negli anni 30; e da alta a bassa, negli anni 80, dopo le turbolenze inflazionistiche del decennio precedente.
I presidenti che hanno accompagnato queste svolte sono stati Roosevelt, per la prima, e Reagan, per la seconda. Domanda. Sarà Obama un presidente di svolta o un presidente di continuità? Per restare in campo democratico, sarà più simile a Roosevelt, o più simile a Clinton? Prima di tentare una risposta, due precisazioni. Per «regime» non intendo soltanto obiettivi e strumenti di politica economica, nonché le teorie che collegano gli uni agli altri: obiettivi di stabilità dei prezzi, strumenti soprattutto monetari e di supply side nei regimi a bassa regolazione; obiettivi di alta occupazione e di controllo del ciclo, strumenti monetari e fiscali di sostegno della domanda, nei regimi ad alta regolazione. Intendo anche l'atmosfera culturale, le visioni della società, i sistemi di valori che circondano il nucleo di politica economica: Free to choose, il pamphlet ideologico di Rose e Milton Friedman, è stato altrettanto importante dei lavori teorici del secondo.
E' per questo che metto insieme gli anni 20 con quelli che abbiamo appena trascorso: sono due periodi molto diversi, ma molto simile è la grande disuguaglianza nella distribuzione del reddito e proprio la stessa è l'atmosfera di enrichissez vous: solo che il grande Madoff di oggi, a differenza del grande Gatsby di allora, non ha ancora trovato il suo cantore, il suo Fitzgerald. La seconda precisazione riguarda il ruolo della politica, e in particolare delle personalità dei presidenti, nella svolta da un regime all'altro. Reagan vince dopo un quindicennio di lavoro preparatorio, diciamo così, di economisti e ideologi neoliberali, e dopo che le turbolenze degli anni 70 avevano intaccato la credibilità delle risposte «keynesiane»: il programma era già scritto.
I presidenti che hanno accompagnato queste svolte sono stati Roosevelt, per la prima, e Reagan, per la seconda. Domanda. Sarà Obama un presidente di svolta o un presidente di continuità? Per restare in campo democratico, sarà più simile a Roosevelt, o più simile a Clinton? Prima di tentare una risposta, due precisazioni. Per «regime» non intendo soltanto obiettivi e strumenti di politica economica, nonché le teorie che collegano gli uni agli altri: obiettivi di stabilità dei prezzi, strumenti soprattutto monetari e di supply side nei regimi a bassa regolazione; obiettivi di alta occupazione e di controllo del ciclo, strumenti monetari e fiscali di sostegno della domanda, nei regimi ad alta regolazione. Intendo anche l'atmosfera culturale, le visioni della società, i sistemi di valori che circondano il nucleo di politica economica: Free to choose, il pamphlet ideologico di Rose e Milton Friedman, è stato altrettanto importante dei lavori teorici del secondo.
E' per questo che metto insieme gli anni 20 con quelli che abbiamo appena trascorso: sono due periodi molto diversi, ma molto simile è la grande disuguaglianza nella distribuzione del reddito e proprio la stessa è l'atmosfera di enrichissez vous: solo che il grande Madoff di oggi, a differenza del grande Gatsby di allora, non ha ancora trovato il suo cantore, il suo Fitzgerald. La seconda precisazione riguarda il ruolo della politica, e in particolare delle personalità dei presidenti, nella svolta da un regime all'altro. Reagan vince dopo un quindicennio di lavoro preparatorio, diciamo così, di economisti e ideologi neoliberali, e dopo che le turbolenze degli anni 70 avevano intaccato la credibilità delle risposte «keynesiane»: il programma era già scritto.
La festa senza festa
«Che la forza sia con te» gli ha detto, fissandolo negli occhi, il vescovo episcopale T.D. Jakes. Mancavano tre ore al giuramento e le famiglie Obama e Biden, con pochi altri intimi, erano nella chiesetta di St. John, a due passi dalla Casa Bianca, per la funzione mattutina. Dopo aver invocato l'aiuto di Dio, Jakes ha spiegato che le sfide che attendono il nuovo presidente sono talmente dure da indurlo a citare — come avrebbe fatto il figlio quattordicenne del vescovo — non le Sacre Scritture, ma Guerre Stellari: «Questo è il momento delle decisioni difficili, non della correttezza e della buona educazione. Tu vedrai la luce, ma prima dovrai sentire il calore delle fiamme». Obama non si è scomposto: lo sa già da tempo.
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